Emilio
Grasso, professeur de missiologie, évoque la figure missionnaire de Baba Simon
qui s'inscrit si bien dans la logique de Evangelii Nuntiandi. Contemplatif en
action, dont la foi en l'homme toute centrée sur Jésus-Christ est le ferment
d'une libération intégrale. Cet article en italien est la reprise un peu
augmentée de l'article paru en français dans Eglise et Mission en 1997.
BABA SIMON
NUOVO
VOLTO DELLA MISSIONE IN AFRICA
Emilio
Grasso
in AD GENTES
n° 6 (2002)2, pp. 279-284
Nel capitolo conclusivo
dell'esortazione apostolica post-sinodale di Giovanni Paolo II "Ecclesia
in Africa" è messa in luce la chiamata per tutta la Chiesa alla santità e
alla missione[1].
"I Padri sinodali -
sottolinea Giovanni Paolo II - hanno riconosciuto la chiamata che Dio rivolge
all'Africa perché svolga a pieno titolo, su scala mondiale, il suo ruolo nel
piano di salvezza del genere umano"[2].
Riprendendo un suo
precedente discorso, Giovanni Paolo II ricorda che 'l'obbligo per la Chiesa in
Africa di essere missionaria nel proprio seno e di evangelizzare il continente
implica la collaborazione tra Chiese particolari nel contesto di ogni paese
africano e in quello delle diverse nazioni del continente o anche di altri
continenei"[3].
Sul tema in questione
vanno richiamati altri due testi: "Ogni missionario è autenticamente tale
solo se si impegna nella via della santità. Ogni fedele è chiamato alla santità
e alla missione. La rinnovata spinta verso la missione ad gentes esige
missionari santi. Non basta rinnovare i metodi pastorali, né organizzare e
coordinare meglio le forze ecclesiali, né esplorare con maggiore acutezza le
basi bibliche e teologiche della fede: occorre suscitare un nuovo 'ardore di
santità' fra i missionari e in tutta la comunità cristiana"[4].
"La Chiesa in Africa
non cerca vantaggi per se stessa. La solidarietà che essa esprime 'tende a
superare se stessa, a rivestire le dimensioni specificamente cristiane della
gratuità totale, del perdono e della riconciliazione'. La Chiesa cerca di
contribuire alla conversione dell'umanità, portandola ad aprirsi al piano
salvifico di Dio mediante la testimonianza evangelica, accompagnata
dall'attività caritativa a servizio dei poveri e degli ultimi. E quando compie
questo, non perde mai di vista il primato del trascendente e di quelle realtà
spirituali che costituiscono le primizie dell'eterna salvezza dell'uomo"[5].
All'interno di quel
circolo ermeneutico tra santità e missione, è interessante conoscere la figura
di Baba Simon[6]. Colui che fu chiamato "padre dei Kirdi" ci dona un'intelligenza
dei testi dell'Ecclesia in Africa e ci offre un'esegesi vivente che la sola
speculazione intellettuale non permette.
L'interesse per la
figura di Baba Simon è duplice: da una parte, egli appartiene a quel gruppo di
otto camerunesi che per primi ricevettero l'ordinazione sacerdotale[7]. Dall'altra, può essere considerato come il primo sacerdote missionario
camerunese, il primo che, sulle orme di Abramo, lascia la sua terra, la sua
famiglia, la sua cultura, la sua Chiesa locale per andare verso una terra
lontana dove diventerà padre di un popolo[8].
Il Camerun viene considerato come una vera "Africa in miniatura" per molte ragioni: per la varietà del suo paesaggio, le differenze climatiche, il gran numero di lingue parlate e il moltiplicarsi di etnie; per il contrapporsi di origini, di culture, di tradizioni, di esperienze religiose; per le diverse stratificazioni sociali; per le differenti condizioni di sviluppo economico e le istituzioni socio-politiche. Questo dato è importante perché evidenzia l'autentico carattere esodiale della partenza di Baba Simon dalla parte sud alla parte nord del Camerun. Senza la conoscenza dello spazio ove la storia si svolge non si capirebbe bene il viaggio profondamente missionario di Baba Simon.
Simon Mpecke nasce nel
1906 a Log Batombé, un villaggio nella fitta foresta del sud-Camerun. Terminati
gli studi primari nella scuola della missione cattolica di Edea, Simon Mpecke,
dopo alcuni anni di lavoro come maestro, entra nel 1924 in seminario. L'8
dicembre 1935 viene ordinato sacerdote insieme ad altri sette seminaristi.
Vicario in diverse
missioni cattoliche, raggiunge successivamente la missione di New-Bell a
Douala. Nei primi anni del suo ministero l'abbé Simon Mpecke lascia una
particolare impronta tra le novizie del nuovo Istituto "Soeurs Servantes
de Maria de Douala". La sua "parola d'oro e convincente metteva in
comune la sua esperienza di Dio, incoraggiandole a perseverare con una sua
particolare pedagogia"[9].
Nominato parroco, vi
fonda praticamente la missione. Nel 1947, casualmente, l'abbé Simon Mpecke
legge un articolo dove apprende l'esistenza di popolazioni pagane nel
nord-Camerun.
Tra sud e nord-Camerun
esiste una profonda differenza. Tra l'altro il sud, a maggioranza Bantu, era
in grandissima parte passato al cristianesimo, mentre il nord, abitato da
popolazioni di origine sudanese, era diventato un feudo dell'Islam[10].
Le popolazioni della
montagna, rimaste legate alle religioni tradizionali, venivano chiamate con
intento dispregiativo Kirdi, "pagani", dai conquistatori Foulbé,
musulmani.
La lettura di
quell'articolo fu l'evento che segnò la vita di Simon Mpecke. Da allora,
secondo la sua stessa testimonianza, nasce una grande simpatia per queste popolazioni.
Egli insiste
ripetutamente con il vescovo di Douala per partire, ma l'accordo non c'è.
Sembra che manchino le condizioni per questa partenza, considerata
imprudente.
L'abbé Simon continua a
insistere. La sua perseveranza trova finalmente accoglienza nella persona del
nuovo vescovo di Douala, mons. Thomas Mongo: "Tu domandi sempre di andare
al nord-Camerun - gli dice finalmente mons. Mongo - Io non ti permetto di
andarci, amico mio. Sono io che t'invio. Se laggiù ti domandano perché tu sei
venuto, tu dirai che è mons. Mongo che ti ha inviato, perché io penso che il
nostro cristianesimo in Camerun non sarà solido fino a quando non poggerà su
due piedi: il nord e il sud. Per me è una missione che io comincio"[11]. Inviato dal suo vescovo, l'abbé Mpecke parte.
Nel febbraio 1959 l'abbé
Simon inizia la sua missione al nord a Mayo-Ouldémé, ove è presente una
fraternità di Piccoli Fratelli.
A Douala l'abbé Simon
era rimasto colpito dalla spiritualità e dal modo di lavorare dei Piccoli Fratelli
di Gesù, dalla loro maniera di entrare in contatto diretto e profondo con gli
abitanti del quartiere. Per un certo periodo egli stesso pensa di entrare a
vivere nella loro fraternità.
Successivamente, su
richiesta di mons. Plumey, l'abbé Simon raggiunge Tokombéré ove già si è
installato il dottor Joseph Maggi per fondare un ospedale.
A Tokombéré l'abbé Simon
diventerà Baba Simon e fonderà nel 1961 la missione.
Christian Aurenche,
prete e medico francese che ha lavorato nell'ospedale di Tokombéré, racconta
questo episodio: "Quando con l'équipe di TF1 noi girammo il film Le
Lieu du combat sui problemi della sanità a Tokombéré, il regista mi diceva
che non si comprendeva la loro lingua, ma quando la gente stava per dire
qualcosa di molto importante si sentiva sempre ripetere 'Baba, Baba
Simon'"[12]. Baba significa papà, patriarca, saggio, guida, un nome inventato per
indicare l'intimità del rapporto, uscito dalla cultura dei popoli del Sahara. E
tutti, uomini e donne, adulti e bambini, Kirdi e musulmani, tutti lo chiamavano
spontaneamente Baba.
A Tokombéré l'abbé Simon
divenne Baba Simon, poiché in lui si adempi la promessa di Dio ad Abramo e il
suo esodo, la sua missione, permise la nascita di un popolo.
Jean-Baptiste Baskouda,
che diventerà in seguito Segretario di Stato nel governo camerunese, così
sintetizzerà la paternità di Baba Simon: "Ci ha reso fieri d'essere Kirdi.
Grazie a lui noi siamo riconosciuti cosi come siamo, con il nostro passato.
Egli ci ha dato la possibilità d'avere un avvenire"[13]. Possiamo dire che Baba Simon ha avuto fede nell'uomo. E questa sua fede
era un tutt'uno con la sua fede in Dio.
La fede di Baba Simon ha
il suo centro in Gesù Cristo. "Per me - affermava Baba Simon - Gesù
Cristo è tutto. Gesù Cristo è la vita, è l'incarnazione dell'umanità.
L'incarnazione è Dio che sposa la natura umana. Gesù Cristo è il culmine della
creazione... In lui è l'umanità intera che si è incamata"[14].
Questa centralità di
Gesù Cristo permette, quindi, di dire che Baba Simon non ha portato ai Kirdi
una religione, un'ideologia, un qualsiasi sistema di valori. Amava ripetere:
"Sono venuto a portar loro un Amico. Al di qua e al di là della religione,
vi è innanzitutto un messaggio di fedeltà: Emanuele, Dio con noi. Gesù Cristo, la
manifestazione sublime della fedeltà di Dio per l'uomo"[15].
Cosi testimonia un
operatore sanitario di un villaggio di Tokombéré: "Baba Simon vedeva in
ciascuno di noi il volto di Dio. Per lui noi eravamo delle incarnazioni della
divinità. Al di là delle nostre tribù, delle nostre lingue, delle nostre razze
e delle nostre religioni, egli vedeva in noi dei figli di Dio"[16]. Questa visione proviene indubbiamente dall'esercizio della fede.
La fede, infatti, nella
sua accezione teologica è l'inizio della visione. Essa trovà in lui il suo
sviluppo e il suo dispiegarsi nella preghiera come continuo dialogo con Dio e
nella carità come dialogo nella profondità delle radici dell'uomo.
Le testimonianze su Baba
Simon, uomo di preghiera, sono concordi. La preghiera era la sua vita e la vita
era una preghiera. Fedele al breviario, alla recita del rosario, alla lettura
spirituale, alla Messa quotidiana. La sua spiritualità, legata al Padre de
Foucauld (Baba Simon era membro della fraternità sacerdotale Jesus-Caritas), si
manifestava particolarmente nella fedeltà all'adorazione nottuma del Santissimo
Sacramento. La sua preghiera iniziava sempre nel silenzio e nella
concentrazione. Era questo il tempo dell'ascolto. Era la preparazione
all'incontro con Dio.
V'era poi il tempo del
dialogo. Dio poneva le questioni e Baba Simon rispondeva. Era il tempo dell'esame
di coscienza, del cuore che si apriva, dello scambio fecondo: la vita di Baba
Simon entrava in Dio con tutto il carico che egli portava e la vita di Dio
entrava nel cuore del fedele amico con tutta la sua grazia, la sua pace, la sua
gioia.
V'era poi il tempo della
Lode, il tempo del canto alla vita.
Si è scritto che la
preghiera era la maniera d'essere di Baba Simon. Difatti non appare nel padre
dei Kirdi una preghiera in qualche modo separata dalla vita.
Quando partiva per le
sue lunghe tournée in foresta e sui massicci rocciosi, sempre a piedi
nudi e con la sottana bianca, Baba Simon portava con sé unicamente il
breviario, la corona del rosario, l'altare portatile. L' intensa e profonda
relazione con Dio vissuta da Baba Simon era in lui inseparabile dall'amore al
popolo. Una sola passione animava Baba Simon: dare Gesù Cristo ai Kirdi. In
un'intervista televisiva cosi si esprime: "Io vorrei che tutti fossero corne
Gesù Cristo, che tutti vedessero Dio corne Gesù lo vedeva. E che tutti
vedessero tutti gli uomini come Gesù li vedeva"[17].
Imparando a conoscere i
Kirdi, a stimarli e ad amarli, egli intendeva vivere di Gesù Cristo tra di
loro, con la speranza che si sarebbero abituati al suo messaggio e che un
giorno, forse, l'avrebbero accettato. L'amore a Gesù Cristo e l'amore ai Kirdi
sospingono l'abbé Simon sulla strada di una conversione apostolica. Egli
scopre innanzitutto che deve diventare lui stesso un Kirdi, un Kirdi che vive
il Vangelo. Egli deve abbandonare la sua lunga esperienza pastorale e
ritornare giovane a più di cinquanta anni. Deve abbandonare la sua mentalità
di uomo del Sud ed evitare di esportare metodi e organizzazioni sperimentati
in altri territori. Questo lo porta, innanzitutto, a vivere una dimensione di
povertà personale.
Si racconta che un
ladro, scovato nella camera di Baba Simon nascosto sotto il letto, dichiarasse:
"Se volete rubare, non andate nella camera di Baba Simon. Lì non v'è proprio
niente. Non ho mai visto un "bianco" cosi povero"[18].
Povertà, però, in Baba
Simon non voleva dire miseria. E quando si confondeva la sua semplicità con la
miseria si risentiva: "La miseria è nemica di Dio, affermava. Il Vangelo
vuole il progresso dell'uomo, migliorare le sue condizioni di vita. Lavorare
per Dio in mezzo agli uomini vuol dire testimoniare della sua ricchezza
inesauribile"[19].
Poggiato sulla certezza
che l'uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio, Baba Simon pensò che
fosse urgente dare ai Kirdi gli strumenti per liberarsi da ogni schiavitù.
Liberare i Kirdi delle montagne voleva dire insegnare loro a uscire dalle
proprie miserie e accedere alla vita cristiana.
A lui competeva dare gli
strumenti e chiamare. "Il resto - diceva -, ciò che è principale, e cioè
la conversione, appartiene a Dio. Il nostro ruolo si riduce a quello di
seminatore. Dobbiamo lavorare senza preoccuparci del risultato; il battesimo
dipende da una decisione personale, per la quale ognuno si impegna sul cammino
di una vita nuova. Il fine rimane Dio, il fine non siamo noi. E Dio si incontra
nella libertà"[20].
Per lungo tempo il
governo coloniale aveva provato a far scendere i Kirdi dalle montagne e a
scolarizzare la popolazione, ma tutti gli sforzi incontrarono sempre una
tenace opposizione. L'uomo delle montagne resistette a ogni tentativo, che era
visto come un'aggressione culturale ché non teneva conto dell'identità del
popolo.
Anche Baba Simon
insistette sull'importanza della scuola. Egli capì però, dopo i primi
fallimenti, che si trattava di conquistare innanzitutto la fiducia dei Kirdi.
Questa è possibile nella conoscenza reciproca, nella presenza continua in mezzo
al popolo, laddove esso vive, soffre, ama, lavora, prega. Da qui nacque quella
che fu chiamata "la scuola sotto l'albero". Una scuola sotto gli
occhi di tutti, nel cuore della vita dei Kirdi.
Anni dopo, Jean-Marc
Ela, prete Bulu che sulle orme di Baba Simon era partito dal Sud per andare a
lavorare accanto a lui, parlerà di "teologia sotto l'albero". Una
teologia elaborata non più nella sicurezza delle biblioteche e nella comodità
degli uffici climatizzati, ma nel fraterno gomito a gomito con coloro che
cercano di prendere in mano la responsabilità del proprio avvenire[21].
Lo stesso Jean-Marc Ela, ritotnando sull'esperienza di Tokombéré, scriverà: "Bisognava che attraverso forme di alfabetizzazione miranti a dare coscienza, noi mettessimo la gente in condizione di difendersi. Per me, v'è teologia della liberazione ogni qual volta un braccio si leva in alto, una voce cerca di dire cio che non va, quando ci si sottrae alla paura, quando si affrontano situazioni d'oppressione. Questa teologia ha fatto nascere nella gente una nuova coscienza, una certa fierezza d'essere sé stessi. I Kirdi, questi uomini delle montagne rocciose, si sono sentiti come riabilitati a partire dal Vangelo che ricevevano come un messaggio di speranza"[22]
"Voi sapete... -
diceva Baba Simon - la scuola è tutta la vita. Essa è una chiave passe-partout
messa a vostra disposizione. Una volta che io vi ho donato la mia chiave,
io non sono più là per dirvi: passa per di qui, passa per di là. Guai a me se
volessi influenzarvi, perché in questo caso vol aprireste necessariamente un'
altra porta"[23].
In un tempo in cui la
missione si muoveva in quella logica che sarà chiamata "pastorale della
dipendenza", Baba Simon chiama ognuno a riscoprire la propria dignità e
responsabilità di uomo e a prendere nelle proprie mani il senso della propria
storia. Questo principio è alla base anche delle celebrazioni liturgiche, così
al centro dell'interesse di molti missionari nel periodo conciliare e
post-conciliare. In proposito Grégoire Cador, che per conto del vescovo di
Maroua-Mokolo mons. Stevens ha raccolto la documentazione necessaria
all'apertura del processo di beatificazione[24], apporta questa importante annotazione: "Baba Simon non aveva dimenticato,
nonostante le novità scoperte che l'avevano toccato in profondità, la
formazione dei benedettini svizzero-tedeschi ricevuta in Seminario. Molto
classico nella sua maniera di fare, egli non amava molto le innovazioni, che
preferiva riservare alle generazioni future. Egli diceva: 'quando la gente di
qui avrà i suoi preti, allora potrà tradurre autenticamente i propri gesti
nella liturgia cristiana. Se lo facessi io, sarebbe una contraffazione"[25]
Pur non elaborando tesi
teoriche sui processi di inculturazione, ci sembra estremamente importante la
prassi missionaria che adotta Baba Simon. Accanto alla scuola, la pastorale
medico-sanitaria assumerà un rilievo centrale. Christian Aurenche ha descritto
questo tipo di pastorale in cui la lotta alla malattia diventa un momento di
presa di coscienza e di responsabilità di ogni uomo, di tutto l'uomo, di ogni
villaggio.
La lotta contro le
condizioni che producono malattia e morte si salda con la lotta contro il
peccato che impedisce all'uomo d'essere responsabile di sé e del suo ambiente.
Sempre al centro del suo
annuncio v'è Gesù Cristo. "Gesù Cristo - diceva Baba Simon - è l'acqua
pulita. Dio non ha creato l'acqua sporca. È l'uomo che l'ha lasciata sporcare.
Il lavoro per la salvezza dell'uomo consiste nel renderla pura. Quando essa
sarà di nuovo pura, allora l'uomo si ritroverà in migliori condizioni di salute
e sarà cosi maggiormente a immagine di Dio"[26].
Ma questo non sarà
possibile, constateranno Baba Simon e l'équipe pastorale che lavorerà
con lui, senza la conoscenza e il saper entrare dentro la cultura e la
religione del popolo[27].
Senza dubbio Baba Simon
nel contatto con i Kirdi scopre, in maniera atematica e per intuizione d'amore,
la necessità di un processo d'inculturazione del Vangelo e come esso non possa
essere ridotto a ideologia o religione.
Il Vangelo è Gesù Cristo
ed è in forza del suo carattere non ideologico che può parlare a tutti gli
uomini, anche ai Kirdi delle montagne, perché il suo è il linguaggio
dell'uomo, linguaggio di un amore che nella persona di Baba Simon si fa
comprensibile. Baba Simon mori il 13 agosto 1975 a Edea, dopo un soggiorno
sanitario in Francia, lontano da Tokombéré, senza aver potuto rivedere i suoi
Kirdi.
In lui missione e
contemplazione si unirono nello stesso atto.
Richiamando la formula
che coniò Nadal, primo biografo di s. Ignazio, poi ripresa da Giovanni Paolo
II nellaRedemptoris Missio[28], si può senz' altro affermare che Baba Simon fu un vero "contemplativo
in azione". Si ritrova tutto il senso della sua vita nelle sue stesse
parole: "Vorrei che tutti vedessero Gesù Cristo, che tutti vedessero Dio
come io lo vedo, che tutti vedessero gli uomini come io li vedo"[29].
Pochi mesi prima di
morire scriveva queste note: "Tutto ciè che mi circonda respira Dio. Tutto
l'universo è un focolare di vita. Per mettersi in presenza di Dio, non bisogna
immaginarseLo in altro luogo se non in noi, dove Egli è, nella nostra azione
dove Egli agisce, nel nostro prossimo ove Egli vive. Una volta morto il nostro
corpo sarà sepolto nella terra di Dio, dove si decomporrà in Dio e si sveglierà
nell'Oceano della Vita eterna... Credere è prendere coscienza della Vita... in
Dio!"[30].
L'affermazione di
Giovanni Paolo II che "Cristo stesso, nelle membra del suo corpo, è
africano"[31] trova in Baba Simon un complemento esegetico, un luogo teologico che rende
possibile una comprensione, un'intelligenza e una crescita del testo che la
sola lettura d'altri testi non permetterebbe.
[1] Cf. EA 127-139.
[2] Ivi 128.
[3] Ivi 130.
[4] Ivi 136.
[5] Ivi 139.
[6] Attingiamo tutti i dati concernenti la
vita di Baba Simon da: J.-B. BASKOUDA, Baba Simon. Le Père des Kirdis, Éd. du
Cerf, Paris 1988. L'autore fu uno dei primi allievi di Baba Simone anche colui
in cui furono riposte le più grandi speranze.
[7] Cf. J. CRIAUD, La geste des Spiritains. Histoire de l'Église au Cameroun 1916-1990, Publications du Centenaire, Yaoundé 1990, p. 157.
[8] Per la precisione, accanto a Baba Simon va anche considerato p. Alexis Antangana, missionario degli Oblati di Maria Immacolata, cf.. E. MVENG, Histoire du Cameroun, CEPER, Yaoundé 1985, p. 231.
[9] Cf. J. CRIAUD, La geste des Spiritains..., cit., pp. 192-193.
[10] Sull'evangelizzazione nel nord-Camerun, cf. Y PLUMEY, Mission Tchad-Cameroun. L'annonce de l'évangile au Nord-Cameroun et au Mayo Kebbi 1946-1986, Éd. Oblates, s.l. 1990. In particolare alle pp. 326-335 si parla della missione di Baba Simon.
[12] Cf. C. AURENCHE, Sous l'arbre sacré. Prêtre et médecin au Nord-Cameroun, Éd. du Cerf, Paris 1987, p. 111.
[13] "C. AURENCHE, Sous l'arbre..., cit., p. 115.
[14] Cf. J.B. BASKOUDA, Baba Simon..., cit., pp. 38-39.
[15] J.B. BASKOUDA, Baba Simon..., cit., p. 39.
[16] J.B. BASKOUDA, Baba Simon..., cit., p. 54.
[17] G. CADOR, On l'appelait Baba Simon, Presses de l'UCAC-Éd. Terre Africaine, Yaoundé 2000, p. 156.
[18] J.B. BASKOUDA, Baba Simon..., cit., p. 136. A1 Nord, gli uomini del Sud sono tutti considerati dei bianchi.
[19] J.B. BASKOUDA, Baba Simon..., cit., p. 56.
[20] Cf. J.B. BASKOUDA, Baba Simon..., cit., p. 58.
[21] Cf. J.M. ELA, Ma foi d'africain, Karthala, Paris 1985, p. 216. Sull'esperienza da lui vissuta a Tokombéré, cf. J.-M. ELA, El caminar de la misión. Reflexión sobre la experiencia de Tokombéré (Camerún), in «Misiones Extranjeras» 70-71 (1982), pp. 409-413.
[22] Cf. Y. ASSOGBA, Jean-Marc Ela. Le sociologue et théologien africain en boubou. Entretiens, L'Harmattan, Paris-Montréal 1999, p. 61.
[23] J.B. BASKOUDA, Baba Simon..., cit., p. 44.
[24] Cf. G.M. CADOR, Mpeke, Simone, in Bibliotheca Sanctorum, II appendice, Città Nuova, Roma 2000, pp. 995-998.
[25] Cf. G. CADOR, On l'appelait..., cit., pp. 162-163.
[26] C. AURENCHE, Sous l'arbre..., cit., p. 113.
[27] Cf. C. AURENCHE, Tokombéré, au pays des Grands Prêtres. Religions africaines et Évangile peuvent-ils inventer l'avenir? In collaborazione con H. VULLIEZ, Éd..de l'Atelier-Éd. Ouvrières, Paris 1996.
[28] Cf. RM 91; cf. G. THILS, Nature et spiritualité du clergé diocésain, Desclée de Brouwer, Bruges 1946, pp. 286-294.
[29] J.B. BASKOUDA, Baba Simon..., cit., p. 38. Se si confrontano queste parole con quelle riportate alla nota 17, si osserva il processo mistico di identificazione di Baba Simon col Cristo in una logica paolina (cf. 1 Cor 11,1; Gal 2,20).
[30] J.B. BASKOUDA, Baba Simon..., cit., p. 117.
[31] EA 127.